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SINDACATI  -  CGIL
Lega-5S da Fornero-PD Irpinia via 2000 giovani all'anno CGIL eletto Fiordellisi
21 OTTOBRE 2018 - Ore 21:36

Avellino. Franco Fiordellisi è stato riconfermato Segretario generale della CGIL irpina nel corso  Congresso tenutosi nella "due giorni". Riportiamo il suo discorso:
 
 
"Il 18mo congresso della Cgil, si sta svolgendo in un contesto politico inedito per la storia repubblicana. Ma come fatto con ogni Governo, anche a questo esecutivo chiediamo di confrontarsi, il confronto non vuol dire condividere le politiche che pensano di attuare, infatti alcune circolari e decreti li riteniamo sbagliatissimi e lo abbiamo detto con manifestazioni e lo ripetiamo qui chiaramente : 1°) la circolare per sgombrare edifici pubblici e privati in cui abitano persone, famiglie, che sono morosi incolpevoli, morosità incolpevole aumentata drammaticamente in questi anni di crisi economica e sociale, per la perdita di lavoro o fine ammortizzatori sociali; 2°) Il decreto Sicurezza- immigrazione in cui vengono colpiti gli ultimi, si liberalizza l’uso di armi, si accentua il reato penale connesso ai cortei, si chiudono gli Sprar, si nega il Diritto d’asilo e cosa sconcertante si mettono all’asta i beni confiscati alle associazioni mafiose/camorriste; 3° ) la vicenda Riace, Mimmo Lucano, in cui si agisce con la scure in un territorio pervaso dalla N’Drangheta, contro il senso di Umanità, ricordiamoci che molte di queste azioni forti e violente sono state avviate da Minniti con il Governo Gentiloni; l'analisi politico-sindacale; 4° ) L’attivazione e prossima discussione sul federalismo nazionalista Veneto, sulla cui linea si sono portati Lombardia, Emilia Romagna e seguono Basilicata, Campania, Puglia infatti il 22 Ottobre potrebbe essere approvato il decreto per l’autonomia del Veneto, il Ministro dell’Istruzione Busetti ha già siglato un protocollo di intesa con Zaia, per introdurre la storia veneta nelle scuole, mentre di fatto si rimuove il tema di storia dall’esame di maturità. 5} il condono sugli immobili abusivi come ad Ischia.
 
Il rischio di perdere la Memoria paventato anche dalla senatrice Segre che ha detto “ Non si diventa uomini senza sapere cosa è successo prima”. Queste spinte all’autonomia, quasi secessione, ci parlano di una storia di frammentazione, che ci riporta al passato, dove le prerogative statali più importanti ricadono sulle regioni che diventerebbero di fatto delle micro nazioni, facendo così crescere solo chi ha più risorse e creando divari incolmabili.
Assume gli aspetti di un giallo la questione del decreto fiscale, non si capisce se sia un regalo agli evasori o uno schiaffo ai contribuenti onesti, probabilmente ambedue!!!
Tuttavia il risultato del voto del 4 marzo, non è da sottovalutare, ma ci consegna questa (drammatica) realtà, E’ Cambiamento? O è Reazione conservativa?
Già con la fase di individuazione dell’esecutivo, delicata e sofferta, non per gli 88 giorni che ci sono voluti, ma per la rappresentazione stessa del Governo, con un Presidente del Consiglio che di fatto è prigioniero, più che sintesi, dei due rappresentanti del M5S e della Lega.
Una diarchia che si pone come il nuovo, ma che nei fatti, ad esser onesti, lo è per la metà, ovvero il M5S è nuovo nel governo delle istituzioni, mentre la LEGA è il partito più vecchio che siede in parlamento, governa in 3 regioni importanti del Nord (Friuli Venezia Giulia, Veneto e Lombardia), con una struttura ramificata e fortemente politicizzata, al contrario della disintermediazione e dell’algoritmo del M5S che, nella sua etereità, sta subendo la politica ed anche la mediaticità di Salvini.
Il voto, dal mio punto di vista, non solo ha delineato il campo dei vinti e dei vincitori, ma ci ha restituito un dato: che niente sarà più come prima, nelle forme di organizzazione, nella richiesta di rappresentanza e di concessione di delega.
Affermo questo perché lo spostamento di voti tra soggetti politici è stato enorme e conferma, una sorta di modello referendario per ogni elezione politica, che con il premio o meglio, con i collegi uninominali, determina scompensi a cui non siamo abituati.
Che risposta, che iniziativa politica a questo smottamento/spostamento di popolo, si deve?
Sicuramente non possiamo pensare di additare l’elettorato o un popolo come causa della deriva, facendo il verso agli altri e agendo da vera tifoseria, purtroppo è quello che colgo in molti ambienti partitici e non.
L’analisi è molto più profonda.
Quanto successo ha radici antiche, rispetto alle quali la Cgil aveva da tempo paventato i rischi, opponendosi a provvedimenti sbagliati, e rimanendo inascoltata da tutti quei soggetti politici della maggioranza che dicevano essere vicini alla CGIL e che nei fatti si sono dimostrati distanti, anche per l’idea e cultura verso il LAVORO e le disuguaglianze crescenti.
Leggi come la Fornero, Jobs Act, Buona scuola ne sono l’esempio, i cui DEVASTANTI effetti li conosciamo, e ripeto li abbiamo contrastati e continueremo a farlo.
Tutto questo ha rafforzato, ove vene fosse ancora bisogno, l’autonomia della CGIL dai partiti o meglio di quello che ne resta, ma non dalla politica.
Voglio esser chiaro, l’autonomia della CGIL non comporta che come organizzazione rinunciamo a svolgere, un forte ruolo, sindacale e POLITICO. NON SIAMO Disimpegnati!
Non faremo sconti, ben consapevoli che oggi bisogna fare i conti con la delusione, l’amarezza, la disillusione di molta della nostra gente, dei lavoratori, impauriti e frastornati dalla crisi.
Ma come prima organizzazione sindacale, punto di riferimento per lavoratori, pensionati e disoccupati stiamo sul punto, con e per i nostri valori che si riflettono nella Costituzione e nella Carta Universale dei Diritti dell’Uomo.
 
Questi passaggi li ritengo necessari avendo avvertito, in tanta della nostra gente, lavoratori e lavoratrici, disoccupati e precari, pezzi notevoli di società impoverita dalla crisi, il solco profondo che si è creato in questi anni, tra rappresentati e rappresentanti politici.
Si propagandano nuovi modelli presuntamente democratici, che viaggiano con algoritmi oscuri e addirittura affidati a società private, mentre si nota una marcata diffidenza verso i corpi intermedi classici, aumenta il fascino verso le forme dirette di democrazia e nel contempo ci si vorrebbe affidare a “uomini forti”, con seri rischi per soluzioni autoritarie.
La mediatizzazione e spettacolarizzazione della politica hanno accelerato il fenomeno del leader e dei personalismi, il tutto avanza con la riduzione e semplificazione del linguaggio con perenni slogan, i Tweet.
Come Cgil riteniamo si debbano mantenere ed ampliare gli spazi di partecipazione, non solo degli iscritti, il tema della rappresentanza nei luoghi di lavoro è stato ed è nodale, puntando alla verifica e ratifica degli accordi con assemblee, confronti e referendum sindacali, in una logica organizzativa, informata e partecipata, ecco perché dalla Conferenza d’organizzazione del 2015 abbiamo immaginato accorpamenti funzionali e territoriali, MA ANCHE LA CREAZIONE DI UN nuovo ORGANISMO, L’ASSEMBLEA GENERALE, COMPOSTA maggioritariamente DA DELEGATI DELLE LEGHE SPI, DEI LUOGHI DI LAVORO e Precari. Così come anche la raccolta firme per la legge di Iniziativa Popolare “Carta dei Diritti Universali del Lavoro, la raccolta firme per i referendum abrogativi su Articolo 18, appalti - responsabilità in solido del committente e abrogazione dei voucher. Abbiamo fatto tutto questo perché le organizzazioni collettive devono rafforzare l’empatia con i loro associati, non possono essere altro dai loro rappresentati.
 
Mentre come CGIL facevamo tutto questo c’era chi, ritenendoci un soggetto storico superato, ci picconava e cercava di modificare anche la Costituzione, ricordate il referendum di modifica costituzionale del 4 dicembre 2016? Il gettone telefonico?
O ce ne faremo una ragione……
Tutto conseguentemente alla promulgazione del jobs act, con il portato devastante della destrutturazione del diritto del lavoro e lo smantellamento socio culturale del cosiddetto centro-sinistra.
Non ci siamo arresi anche dopo la bocciatura del quesito sul ripristino dell’art.18, avevamo detto che avremmo continuato con tutte le strade possibili, per affermare le nostre ragioni contro il JobsAct, e in questi giorni buona parte delle nostre critiche all’impianto del jobs act, stanno trovando accoglimento in sede legale, come la sentenza de “la Corte costituzionale che ha dichiarato illegittimo l’articolo 3, comma 1, del Decreto legislativo n.23/2015 sul contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti, nella parte che determina in modo rigido l’indennità spettante al lavoratore ingiustificatamente licenziato. In particolare, la previsione di un’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è, secondo la Corte, contraria ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza e contrasta con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli articoli 4 e 35 della Costituzione.”.
Puntiamo alla modifica della “Buona scuola” che ha legittimato, per certi versi, la gratuità del lavoro, colpendo l’idea costituzionale dell’apprendimento e dell’istruzione diffusa e capillare per tutti i cittadini di minore età, ben altra cosa è l’idea di apprendistato su cui vorremmo si puntasse.
La Cgil in questi anni è stata in campo, nel dramma della crisi che ha distrutto lavoro e occupazione, ma la memoria corta, la post verità costruita sui social, non rende merito delle battaglie per i diritti, per la dignità, per l’emancipazione delle lavoratrici e lavoratori, la prevenzione e la sicurezza nei luoghi di lavoro e, contro lo sfruttamento.
 
Dobbiamo continuare ad essere, ora più di prima, un presidio di democrazia, di partecipazione volontaria e militante per affermare i Diritti, il benessere sociale, lo sviluppo sostenibile, combattere i privilegi, le clientele, il razzismo e le disuguaglianze.
La Cgil ha sempre chiesto, in questi anni, di cambiare le politiche di austerità, di far diventare l’Europa più democratica e meno monetarista, in sostanza un’Europa stato Federale e meno egemonizzata dalla logica dei tecnocrati e dei liberisti, patrioti dello spread piuttosto che delle persone. Nei prossimi mesi probabilmente l’azione politica della CGIL, potrebbe essere rivolta ad un impegno forte, di respiro europeo, per avere un’Europa più democratica e non disgregata, in stati nazionalsocialisti, quindi fascisti, questo scenario deve essere sventato alle prossime elezioni europee.
Ecco perché dobbiamo ripartire dal preservare la nostra Costituzione ed estenderla a modello europeo, perché in questi ultimi 25 anni, hanno cercato di trasformarci da cittadini a clienti/consumatori.
Dobbiamo Ripartire, dalla Costituzione, dai suoi valori fondativi, antifascisti e sociali, dall’equilibrio tra pubblico e privato, individuo e collettivo, puntare ad una Europa più democratica, forte nel contesto mondiale con i suo oltre 500milioni di abitanti ed il suo portato di cultura umana, illuminista e sociale.
Penso si debba contribuire a costruire un terzo spazio, una sorta di internazionale progressista, da contrapporre a sovranisti ed establishment del neo fronte repubblicano, sapendo che quello europeo e mondiale è un quadro attualmente in fase di scomposizione e ricomposizione dal punto di vista politico e sociale.
In questo scenario bisogna fare attenzione alle svolte sovraniste di Bannon-Trump-Salvini-Orban, ma anche ad una certa sinistra che considerando i migranti come esercito di riserva da sfruttare, utilizza impropriamente il marxismo, e solleva pulsioni razziste.
 
Siamo in un contesto mondiale, globalizzato, che ci piaccia o meno, c’è stato uno sviluppo tumultuoso dei trasporti merci, persone e di dati.
I cambiamenti in essere sono figli delle nuove tecnologie, ICT, realtà aumentata e virtuale, 4.0, i dati personali, dobbiamo necessariamente governare e contrattare a tutti i livelli facendo più sindacato, essendo più presenti, altro che disintermediazione e algoritmi per “governare e dire/fare democrazia”.
La massa enorme di informazioni, determinatesi con queste nuove tecnologie sta trasformando i cittadini in tifosi superficiali, che distrattamente seguono il flusso di notizie, seguendo le notizie più per uno stato emotivo, i drammi diventano mero spettacolo, fino a trasformare mediaticamente, l’immane tragedia dei morti in mare o le immagini delle guerre diffuse, in un evento divertente da piacevole crociera globale.
La crisi globale del 2008 ha destabilizzato ed impoverito anche le nazioni ricche, aumentando la forbice tra chi ha di più, che sono sempre meno e chi ha di meno che sono sempre di più.
In questi 10 anni di crisi è quasi scomparsa la classe media, si è accentuato il senso di solitudine e frammentazione delle comunità, nella crisi si doveva accentuare in Europa e in Italia la partecipazione dei cittadini, delle associazioni, alle scelte politiche, come Agenda 21, invece la scelta è stata di affrontare la crisi con l’austerità e l’arroccamento dei governanti rispetto ai cittadini.
In Italia il mezzogiorno è stato abbandonato a se stesso da una classe dirigente locale negletta ed incapace, che ha pensato solo alle clientele spicciole dei suoi accoliti, e non al bene collettivo e comune, a volte penso che negli ultimi decenni ci siamo fatti o siamo stati rappresentanti noi meridionali, in parlamento, così come furono rappresentati dopo l’unità d’Italia 1861, invero malissimo, che ci fa riproporre la questione meridionale in tutta la sua gravità. Serve ora più che mai una buona e sana Politica, non arroccata in se stessa.
L’Italia in quanto coacervo storico di popolazioni, interessi economici e traffici, ma anche per la posizione mediana nel mediterraneo tra Est-Ovest e Nord-Sud dovrebbe essere la prima a spingere sulla sfida, vera, per un’Europa federale, oltre le mere regole liberiste, economiciste e monetariste.
Il sistema Italia e l’Europa, non possono pensare di abbandonare il mezzogiorno al suo destino di arretratezza che ormai compete con i drammi della Grecia, tutto questo per riaffermare la necessità di infrastrutture e di una industria d’avanguardia che si deve interconnettere con centri di ricerca ed università pubbliche.
Necessitiamo di investimenti pubblici, che generino buona e dignitosa occupazione, e quindi salari degni. In questo modo si riducono, davvero, le disuguaglianze, permettendo di affrontare la disoccupazione giovanile vera EMERGENZA Sociale per il Sud e per l’IRPINIA, fonte di desertificazione con l’abbandono, emigrazione, del sud e delle aree interne.
Di tutte queste cose non troviamo traccia nel DEF anzi gli Investimenti, o il finanziamento dellla spesa pubblica, sono minimali e il reddito di cittadinanza non rilancerà il Mezzogiorno ma darà una risposta limitata alle povertà senza modificare l’impianto di arretratezza in cui siamo caduti
In Irpinia vanno via circa 2000 giovani tra i 15 e 34 anni all’anno è questo il vero dramma, allarme sociale, l’emigrazione giovanile e non l’immigrazione, siamo passati da 439.565 nel 2008 a 411.634 residenti nel giugno 2018 compresi i poco più di 9000 stranieri e tra questi i 1480 immigrati rifugiati che sono negli sprar e cas, in Irpinia abbiamo un differenziale negativo spaventoso tra mortalità (circa 5000 anno) e natalità (3000 anno)……
 
“Uno spopolamento, ai limiti della desertificazione, causata dal fallimento dei programmi di industrializzazione seguiti al terremoto del 1980 e di tutta la classe politica che ha governato i nostri territori. Una provincia in cui la disoccupazione giovanile supera il 50% e dove in tantissimi, quando non stanno preparando le valige per andare via, sopravvivono con lavori in nero o precari. Migliaia di persone a cui sono stati rubati i sogni, a cui è impedito vivere in maniera propositiva, stabile e di qualità in questo territorio.” Così si è espresso e mi trova completamente d’accordo nella sua tesi di laurea Luca Cioffi e riportato anche nell’indagine dell’opuscolo che trovate in cartella sulla situazione giovanile in Irpinia, indagine fatta con l’associazione Arci, Enterprise e NIDIL Cgil Avellino.
La domanda di lavoro che c’è, anche se scarsa per l’Italia, per il Sud risulta quasi inesistente, ma chiarito questo è fondamentale scommettere sulle giovani generazioni.
Dobbiamo dare elementi utili ad affrontare l’innovazione, potenziare le capacità digitali, abilità 4.0, di tutte queste elevate competenze si parla molto, ma riguardano ancora una quota assolutamente minimale e parziale del sistema produttivo, ed è concentrato soprattutto al Nord, mentre nel sud abbiamo solo, 280 aziende tecnologicamente avanzate per 4.0. e 4 atenei abilitati. .
Servono politiche industriali, investimenti, sostegno alla qualità del lavoro e al suo riconoscimento sociale ed economico.
L’alta disoccupazione giovanile di oggi è un ostacolo alla natalità e alla crescita, senza correttivi, determinerà un impoverimento di natura previdenziale nel futuro, che rischia di pregiudicare la tenuta sociale del Paese, da qui bene interventi tampone per dare dignità con un reddito ma si lavori per nuovi Ammortizzatori sociali, per Contratti di Solidarietà espansivi che, a fronte di riduzioni orarie di lavoro, determinino l’ingresso di giovani e neo laureati nel mondo del lavoro anche con apprendistato, servono per tutto questo, ribadisco, investimenti pubblici per creare Lavoro dignitoso.
 
Di fatto come per il passato, continua a mancare una visione complessiva sullo sviluppo del Mezzogiorno e delle Aree Interne, un cambio di passo reale che dia centralità agli investimenti pubblici.
Dal Ministro per il sud, Emerge la volontà di confermare buona parte degli incentivi, ereditati dalla scorsa legislatura, alle imprese per occupazione e investimenti privati, su cui però continuiamo a esprimere riserve in assenza di una nuova politica industriale. Con l’impegno all’attuazione della clausola del 34% della spesa pubblica da indirizzare nelle regioni del sud, così come da tempo avanzato anche dal sindacato. Ma non si coglie, la volontà di un cambio di passo reale nelle politiche del Mezzogiorno, che rimetta al centro il tema degli investimenti pubblici, dimezzati rispetto al livello pre-crisi. Tale assenza è anche un punto debole della legge di Bilancio, mancano risorse per l’infrastrutturazione materiale ed immateriale, per le infrastrutture sociali, scuola e sanità in primis, per un piano di messa in sicurezza e cura del territorio, per la transazione energetica come fattore di innovazione di tutte le filiere produttive.
Il Governo, se non sarà capace di mettere in campo un forte piano di investimenti pubblici e privati, con un piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile, una politica fiscale progressiva fortemente redistributiva a favore dei lavoratori e dei pensionati, e non la Flat Tax o il vergognoso maxi condono, che in queste ore è diventata un’altra, drammatica, barzelletta mediatica, condannerà a un lento, ma inesorabile, declino l’Italia. Tale da incattivire ulteriormente i cittadini.
Sbloccare la possibilità di pensionamento è giusto e necessario, ma di per sé non è sufficiente a garantire un aumento di pari entità del lavoro tra i più giovani, né un miglioramento della sua qualità.
Insomma solo uno sviluppo sostenibile e di qualità potrà far lavorare di più e meglio i giovani, come Cgil Avellino, propongo a Cisl e Uil unitariamente, di lavorare su queste tracce, non negando a priori la possibilità di una mobilitazione sia territoriale che nazionale se non avremo adeguate risposte, già a partire dal prossimo Def.
Per questo rimetto quanto abbiamo elaborato come Camera del Lavoro e categorie di Avellino per il Laboratorio SUD, 4 idee programmatiche per lo sviluppo dell’Irpinia e del Mezzogiorno.
1.Partire dalle risorse ordinarie per rilanciare le politiche di coesione
I fondi della programmazione europea possono rappresentare un fondamentale volano di sviluppo per il rilancio del Mezzogiorno, tuttavia la mancanza di investimenti ordinari di risorse pubbliche verso il mezzogiorno ha privato le politiche di coesione del loro carattere di addizionalità destinandole, almeno in parte, ad una funzione di supplenza dell’ordinario. Ripristinare le condizioni di un adeguato sostegno dello Stato alle regioni meridionali è una precondizione indispensabile per la convergenza del Sud Italia. In tal senso si deve tenere necessariamente conto anche del ritardo accumulato con anni di sotto-investimento e dunque ricondurre effettivamente i trasferimenti in conto capitale della PA ad una misura proporzionale alla popolazione, cioè al 34,5%, come previsto da una disposizione dell’ultimo “decreto Sud” non sarebbe sufficiente. Al netto delle difficoltà amministrative di attuazione, riteniamo si debba aumentare l’intensità dell’investimento pubblico nel Mezzogiorno in misura più che proporzionale, portando i trasferimenti in conto capitale dello Stato verso le regioni del Sud ad almeno il 45% del totale per un quinquennio, ovvero fino alla conclusione di fatto dell’attuale ciclo di programmazione dei fondi SIE. Oltre a consentire un’effettiva addizionalità dei fondi europei, una tale stagione di intervento avrebbe ricadute positive su tutto il Paese. È possibile sostenere a riguardo, peraltro, che la crescita della domanda interna conseguente all’aumento degli investimenti al Sud, compenserebbe gli effetti della riduzione di spesa pubblica per le regioni del centro-nord.
Affianco e conseguentemente alla garanzia di adeguate risorse ordinarie bisogna agire sull’uso delle risorse “aggiuntive”, quelle della programmazione europea e del Fondo Sviluppo e Coesione. L’Italia ha beneficiato negli ultimi due decenni di ingenti finanziamenti provenienti dalle politiche di coesione dell’UE, risorse che avrebbero potuto avere un impatto significativo a livello economico e sociale per le regioni del Mezzogiorno, principali destinatarie degli interventi. Purtroppo spesso queste risorse sono state spese male, disperse in troppi rivoli o non spese affatto.
Queste inefficienze sono attribuibili a più livelli, incapacità di spesa delle amministrazioni centrali e regionali, farraginosità della regolamentazione europea, limiti intrinseci agli accordi di partenariato sottoscritti dal nostro Paese, malcostumi vari della classe dirigente, in senso esteso, responsabile della gestione. A questo si aggiunge il limite di cui sopra, rispetto alla sovrapposizione con i trasferimenti ordinari. Sebbene nel ciclo di programmazione attuale si stia assistendo ad una maggiore attenzione ai livelli di spesa, soprattutto in termini di programmazione, si siano migliorati alcuni regolamenti e si stia mettendo in campo un maggior sforzo di coordinamento inter-istituzionale per rendere più efficace l’attuazione, permangono parte dei problemi elencati (A fine 2017 l’Italia si attesta al 42% di risorse assegnate ma con solo l’8% di spesa certificata, ben al di sotto della media dei paesi beneficiari di fondi SIE). Gli scarsi risultati registrati in molti anni di programmazione, rischiano peraltro di essere una spinta decisiva verso un orientamento attuale della Commissione Europea che tende, per il prossimo ciclo, ad un ridimensionamento degli obbiettivi di coesione e convergenza in favore di interventi diretti a favore di investimenti e imprese, non mediati dai Governo e dalle autorità locali ma gestiti direttamente dalla Commissione sul modello del Piano Juncker. Questo rappresenterebbe una perdita irreparabile di strumenti a disposizione del nostro Paese per la coesione territoriale e a maggior ragione diviene fondamentale accelerare e migliorare qualitativamente la spesa delle risorse che abbiamo a disposizione in questo ciclo, cercando compatibilmente con i regolamenti, di concentrare le risorse residue dei diversi Programmi su un numero non troppo dispersivo di progetti, dotati di maggior impatto atteso sui rispettivi campi di intervento. Per quanto riguarda invece il Fondo Sviluppo e Coesione, la cui dotazione attuale risulta quasi per intero assegnata, rimane evidente l’incertezza sulla disponibilità effettiva delle risorse, la cui disponibilità in Bilancio viene sistematicamente rinviata di anno in anno. Deve essere compito dei prossimi Governi accelerare sulla realizzazione degli interventi e dei programmi già approvati, cui sono state assegnate risorse, e procedere ad una riprogrammazione di ciò che non funziona.
2.Una strategia unitaria per lo sviluppo economico, produttivo e occupazionale
Gli ultimi quindici anni hanno reso evidente il fallimento, in Italia, della politica del “localismo virtuoso”, dell’idea cioè, di uno sviluppo basato quasi esclusivamente sulle risorse endogene di ciascun territorio. Questa impostazione è stata uno dei prodotti di un cambio di paradigma generale nelle politiche di sviluppo, non solo del nostro Paese, che ha visto il brusco superamento dell’intervento statale diretto, in favore di politiche tutte orientate al sostegno all’offerta, dove l’intervento statale è limitato quasi solo ad incentivi di natura finanziaria, spesso in una logica di partnership con il privato e alla parziale correzione delle aree di fallimento del mercato. Questo approccio alle politiche per lo sviluppo e la crescita non è naturalmente un fatto nuovo o contingente, prende le mosse da 30 anni di progressiva affermazione del pensiero neoliberista, che nega allo Stato una reale funzione di governo dei processi economici. In Italia, questa egemonia culturale si è tradotta nella drastica dismissione di politiche e istituti come l’Intervento straordinario o l’IRI, che al netto delle inefficienze della classe dirigente che li ha utilizzati, hanno contribuito in misura determinante alla ricostruzione, prima, e alla crescita e convergenza economica del Paese poi.
Coerentemente a questa trasformazione, si è proceduto alla riorganizzazione degli strumenti e dei soggetti deputati alla definizione e all’attuazione delle politiche industriali e di sviluppo, cui però non sembra essere corrisposto un reale aumento di efficacia. Si percepisce, al contrario, una moltiplicazione di programmi, fondi e incentivi, spesso di breve respiro, mentre i principali soggetti coinvolti, al di là di quelli strettamente governativi, Invitalia, CDP, l’Agenzia per la Coesione sembrano agire ognuno per il proprio segmento di attività, senza una strategia unica e condivisa. Lo stesso decentramento istituzionale, appare sempre più un limite rispetto ad un efficace politica di sviluppo produttivo, sociale ed occupazionale, soprattutto per il SUD. In questo senso, gli strumenti di programmazione negoziata ancora disponibili, dai contratti istituzionali di sviluppo ai Patti territoriali, appaiono armi spuntate in assenza di un governo unitario dei processi.
Per questo serve un nuovo strumento pubblico di governo delle politiche di sviluppo industriale, la proposta è quella della creazione di un’Agenzia per lo Sviluppo Industriale dove le scelte strategiche della politica possano trovare un luogo operativo di governo, implementazione e coordinamento e tradursi in un vero e proprio Programma Nazionale di Sviluppo. Un istituto capace di coordinare ed orientare, nella loro differenza funzionale, l’azione dei diversi attori e strumenti del sistema, con la capacità di coinvolgere anche i grandi attori economici cercando di incentivarne scelte coerenti con gli obbiettivi del Programma nazionale di sviluppo. È fondamentale che questo soggetto sia dotato di un mandato di lungo periodo, con obiettivi chiari e un adeguata “indipendenza” dalla politica, intesa principalmente come un ampio margine di autonomia rispetto ai cicli elettorali e agli interessi contingenti della politica nazionale e regionale.
La creazione ex novo di un’agenzia dedicata alle strategie per lo sviluppo, non va intesa come elemento di proliferazione burocratica, ma anzi, come un fattore di semplificazione, determinata dal maggior coordinamento delle politiche, cui deve accompagnarsi contestualmente una riforma degli altri soggetti operanti nel sistema, a partire dall’Agenzia per la Coesione. Il ruolo dell’Agenzia non può infatti limitarsi ad un sostegno e coordinamento burocratico degli interventi per la coesione e ad una verifica di coerenza formale dell’uso delle risorse europee; l’Agenzia, questo era il suo mandato costituivo, dovrebbe invece essere soggetto proattivo delle politiche di coesione territoriale e di sviluppo per il Mezzogiorno in particolare. In questa direzione va rafforzato il suo ruolo, anche attraverso un aumento del personale sia a livello centrale che a livello decentrato.
La stessa Cassa Depositi e Prestiti, nel suo ruolo di Istituto nazionale di promozione, potrebbe e dovrebbe essere maggiormente coinvolta in progetti di sviluppo di ampio respiro, come pure accade per alcuni omologhi istituti europei (KfW tedesca, CDP francese) mantenendo certamente le proprie prerogativa di autonomia. In tal senso CDP potrebbe avere, tramite l’istituzione di un fondo dedicato, un ruolo di supporto specifico alle imprese del Mezzogiorno con un respiro certamente più ampio del fondo per la crescita dimensionale recentemente creato e assegnato alla Banca del Mezzogiorno, ciò vista anche la possibilità di investire direttamente, coniugando risorse private proprie e pubbliche generando una leva per ulteriori investimenti. Cassa depositi e Prestiti rappresenta un caso particolare rispetto ad altri istituti di promozione simili: raccoglie il risparmio postale, il controllo è del MEF ma non può essere considerata un ramo dell’amministrazione pubblica perché aperta ad azionisti privati quali le fondazioni bancarie (KFW è partecipata solo da Governo Federale e dai Land e la Caisse des Dépots è interamente statale); ciò non toglie tuttavia che ad essa possa essere affidato un ruolo maggiore nelle politiche di sviluppo industriale. INVITALIA, infine, rappresenta in questo momento il soggetto maggiormente “usato” dal Governo, essendo società in house, per la gestione delle misure di incentivazione e di alcuni degli strumenti di programmazione negoziata come i contratti di sviluppo. Anche in questo caso, il ruolo di questa società che trova simili corrispettivi in Europa, come l’IDA irlandese o la GTAI tedesca, va meglio definito: focalizzato sull’attrazione e sull’accompagnamento agli investimenti e sul sostegno all’internazionalizzazione delle nostre imprese, può rappresentare un utile braccio operativo, solo se accompagnato ad una più intensa ed efficace iniziativa pubblica.
Naturalmente un’agenzia di questo tipo risponde ad una esigenza nazionale, ma dovrebbe essere dotata di strumenti specifici declinati per il Mezzogiorno, primo fra tutti la gestione di una quota rilevante del Fondo Sviluppo e Coesione da destinare agli interventi per l’attuazione del Programma.
Nella generale riorganizzazione degli strumenti di politica industriale, si è ridotto sistematicamente il ruolo pubblico, orientando tutti gli interventi verso incentivi indiretti, che penalizzano il Mezzogiorno perché finiscono per premiare le aree popolate da imprese già attrezzate o maggiormente competitive (si guardi ad esempio la ripartizione dei finanziamenti del Fondo di Garanzia per le PMI). Al netto delle retoriche diffuse, è utile ribadire che non esiste politica industriale senza investimenti pubblici. Un equilibrio nella compartecipazione tra pubblico e privato può certamente essere fruttuoso, ma rigettiamo l’idea che la funzione dello Stato debba essere esclusivamente quella di stimolare e facilitare il privato ad investire in determinati settori e con determinate caratteristiche; perché non è sufficiente, lo Stato deve investire ed innovare. 2.1 istruzione e ricerca come motori di cambiamento e sviluppo.
La capacità di valorizzare le competenze e il capitale umano è uno dei limiti maggiori del nostro sistema produttivo, con ricadute importanti in termini di mancata ricerca e innovazione industriale. Questo vale anche e a maggior ragione per il Sud, dove la spesa e gli addetti all’innovazione e la ricerca sono inferiori sia nella dimensione pubblica che privata. Investire su istruzione, formazione e ricerca, sono obiettivi prioritari se si vuole accrescere la produttività, il tasso d’innovazione e il valore aggiunto delle imprese. Inoltre aumentare i livelli complessivi di istruzione, oltre ad essere uno dei primi indicatori di sviluppo di una società, appare indispensabile per governare e non subire le profonde trasformazioni che attraversiamo. Si deve arrestare la dinamica che vede oggi decine di migliaia di giovani meridionali emigrare forzosamente per motivi di studio, prima ancora che lavoro, con un processo sempre unidirezionale che non vede attrazione dall’Italia o dall’estero, verso il mezzogiorno, ma solo perdita netta di energie, competenze e intelligenze che cercano opportunità altrove. Da questo punto di vista è necessario:
• Contrastare l’abbandono scolastico, sostenere il diritto allo studio, favorire la formazione continua con strumenti ad hoc.
• Riconoscere la funzione sociale delle università, in particolare del Sud, finanziandole adeguatamente fuori da logiche di concorrenza dove la valutazione, in assenza di risorse addizionali, diventa meccanismo di esclusione che alimenta il gap tra aree del Paese. Servono, nel breve periodo, forti meccanismi perequativi nella ripartizione del Fondo di Finanziamento Ordinario per compensare il divario prodotto in anni di sottofinanziamento e travaso sostanziale di risorse.
Dopo una stagione di relativo ridimensionamento del settore manifatturiero in favore dei servizi avanzati, che ha caratterizzato, con diverse intensità, buona parte dei Paesi europei, assistiamo un po’ ovunque alla volontà di rilanciare le politiche industriali. Il tratto prevalente delle diverse politiche che rintracciamo nei paesi europei comparabili al nostro è rappresentato dalla spinta sull’innovazione di prodotto e processo, dal tentativo di aprire nuovi mercati o collocare i propri settori di punta in una posizione elevata della catena internazionale del valore. A maggior ragione in un mercato globalizzato e attraversato da rapide trasformazioni, è indispensabile per il nostro Paese agire anzitutto in due direzioni:
Da un lato serve investire molto di più sulla ricerca di base: la spesa per ricerca e sviluppo in % del PIL in Italia è ben al di sotto della media europea, meno della metà di quella tedesca; dopo anni di sottofinanziamento si deve invertire la rotta, servono finanziamenti pubblici stabili, portati ai livelli europei, con una prospettiva di lungo periodo e iniziando con un intervento shock, per provare a colmare il gap.
Parallelamente bisogna rafforzare la nostra capacità di operare trasferimento tecnologico e strutturare sedi stabili territoriali di interazione tra soggetti pubblici e privati della ricerca e della formazione, imprese, partenariato sociale ed economico, istituzioni. I Cluster tecnologici, con l’inserimento di specifici piani progettuali per il Mezzogiorno, possono rappresentare un punto di partenza, con esperienze simili in Europa, che tuttavia deve essere sistematizzato e orientato. Anche da questo punto di vista c’è un problema, potremmo dire, di infrastruttura e governance dell’innovazione, che gli istituti esistenti non sono riusciti finora a colmare efficacemente. Il nostro sistema d’impresa, come noto, è caratterizzato da un numero molto consistente di piccole e piccolissime imprese, spesso a management familiare, che sono tendenzialmente poco innovative. Più in generale l’impresa italiana si mostra scarsamente propensa all’investimento in ReS e la crisi ha peggiorato la situazione con la riduzione complessiva degli investimenti. In tali condizioni è estremamente difficile raggiungere la massa critica necessaria a creare un vero sistema dell’innovazione, servono capitali pazienti orientati su grandi investimenti anche e soprattutto in settori in cui altrimenti irrealistico aspettarsi che soggetti privati si assumano il rischio.
Queste caratteristiche nel Mezzogiorno hanno dimensioni tali da renderle strutturali, e anche da questo punto di vista non è vero che al sud servono le stesse cose ma in misura più intensa, non basta. Ribadiamo, respingendo ogni accusa di assistenzialismo, che serve un intervento sul sistema industriale meridionale, a partire dall’innovazione delle filiere, che abbia carattere di straordinarietà.
3.Connettere territori e persone.
Le infrastrutture per la mobilità rappresentano probabilmente la prima precondizione per lo sviluppo di un territorio a livello economico e sociale. L’assoluta evidenza di questo fatto rende ancora più grave l’arretratezza in cui versa tuttora la dotazione infrastrutturale del Mezzogiorno, con ampie porzioni di territorio prive di connessioni autostradali, ferroviarie e aeree adeguate. Nel corso degli ultimi anni si sono certamente prodotti dei miglioramenti, con interventi su alcuni grandi assi di comunicazione ed una progettualità pluriennale che si appoggia su un fondo apposito, fondo che però, rinvia la diponibilità delle risorse ai prossimi anni, lasciando per ora i progetti di investimento di fatto solo sulla carta.
Ad ogni modo, il piano infrastrutturale si concentra soprattutto su opere considerate strategiche, principalmente grandi assi di collegamento viario o ferroviario: senza nulla togliere all’importanza di queste opere il nostro Paese deve però cambiare prospettiva ed iniziare a progettare nell’ottica di una rete intermodale che garantisca il pieno diritto alla mobilità a tutti i cittadini meridionali. La sfida centrale appare proprio quella di superare l’apparente alternatività tra le grandi infrastrutture e quelle, per così dire, secondarie considerando prioritarie tutte quelle opere che sono necessarie alla connessione dei territori, infra-regionali e interregionali.
Limitarsi ad investire su alcuni grandi assi ferroviari e autostradali, in assenza di connessioni diffuse tra i territori rischia di determinare nuove e più ampie aree di marginalizzazione, favorendone lo spopolamento. Al contrario, una rete efficace di collegamenti favorirebbe lo sviluppo di un tessuto economico diffuso, contrasterebbe lo spopolamento, limitando l’eccessiva concentrazione su pochi grandi centri urbani in un’ottica più policentrica. Anche quello dell’infrastrutturazione è un campo che consentirebbe la creazione di lavoro e si presterebbe a sperimentazioni tecniche importanti per coniugare progetti di mobilità sostenibile con le peculiari caratteristiche ambientali del nostro paese, una delle tante frontiere di innovazione che una stagione di forte investimento pubblico potrebbe percorrere.
Serve, secondo noi, agire su due fronti nei prossimi anni, da un lato garantire continuità e un adeguato finanziamento alle opere attualmente considerate strategiche e programmate. Dall’altro introdurre un fondo specificamente destinato alla mobilità nel Mezzogiorno per finanziare progetti condivisi con le Regioni e gli enti locali, privilegiando una visione d’insieme e un raccordo inter-istituzionale complessivo e non esclusivamente bilaterale Stato/Regione come nei Patti per lo Sviluppo.
Connettere i territori, infine, non significa naturalmente costruire solo collegamenti fisici, ma garantire anche l’infrastrutturazione immateriale: da questo punto di vista la banda larga è una delle frontiere immediate su cui agire, perché rappresenta un forte elemento di arretratezza, non solo del Sud. Il Piano Banda Ultra Larga, in questo senso, sta procedendo nel colmare un divario imbarazzante del nostro Paese, ma dalle stime attuali appare improbabile possa raggiungere gli obbiettivi di copertura attesi per il 2020. Il piano presenta di fondo il rischio di reiterare il divario Nord/Sud, anziché ambire a colmarlo: negli obbiettivi dichiarati del Piano il 100% delle utenze nazionali dovranno essere coperte a 30 Mbps e circa il 50% a 100 Mbps, ma già nelle stime disponibili la copertura più avanzata, quella a 100 Mbps, riguarderà in misura significativamente maggiore le regioni del Centro-Nord, con percentuali sopra il 60% rispetto a quelle del Sud per lo più sotto al 40%.
4. Un piano straordinario per la cura, la messa in sicurezza e la valorizzazione del territorio.
La messa in sicurezza del territorio è la vera emergenza nazionale e del Sud in particolare. Gli strumenti messi in campo in questi anni, come “Casa Italia” hanno mostrato scarsa efficacia o mancanza di risorse mentre non si contano i danni alle persone, alle cose e ai territori, che si sarebbero potuti mitigare con un’adeguata azione di prevenzione. In questo campo la frammentazione degli interventi e l’insufficiente coordinamento istituzionale si palesano con particolare evidenza. Oltre alle risorse, è indispensabile dotarsi di una strategia pluriennale, considerando questo obiettivo una priorità che esula dalla contingenza politica e chiamare le istituzioni ad una responsabilizzazione collettiva.
Nel Mezzogiorno, dove buona parte del territorio risponde alle caratteristiche delle aree interne, la manutenzione del territorio significa anche lottare contro lo spopolamento e garantire alcune delle precondizioni per lo sviluppo di tutto il Sud. Un programma di ampia portata che componga il contrasto ai rischi ambientali, la tutela del patrimonio ambientale, il potenziamento delle reti e dei servizi a partire da quelli idrici, avrebbe straordinarie ricadute tanto in termini economici che sociali, producendo nell’immediato anche un forte impatto occupazionale e l’attivazione di filiere di competenze e alte professionalità.
Si pensi alle perdite che ogni anno il mezzogiorno subisce in settori come fondamentali come il turismo o l’agricoltura a causa di problemi ambientali. O a quanti danni e sprechi produce la cattiva manutenzione degli edifici, pubblici e privati. Investire davvero in reti idriche, depuratori, bonifiche, riforestazione così come nella riqualificazione urbana, permetterebbe di limitare i danni, sbloccare ingenti risorse che puntualmente vengono spese per ripararli e assicurarsi e consentirebbe maggiore iniziativa privata in quei settori.
Coniugare alla cura delle persone, la cura dei territori rappresenta una delle chiavi per colmare il divario crescente tra le aree del Paese in termini di opportunità e prospettive, con una logica che è perfettamente valida tanto per il Mezzogiorno nel suo complesso, quanto per tutte le aree interne o a rischio di marginalizzazione. Anche per questo la CGIL mette in campo da tempo proposte e progetti, dalla piattaforma Ambiente al PSES per le aree terremotate, da Laboratorio SUD agli Stati generali per la manutenzione del territorio, che alla luce del Piano del Lavoro declinano un’idea di sviluppo per il Paese che parte dalle persone e dai loro bisogni nei luoghi in cui vivono, dal lavoro, dall’innovazione e dalla sostenibilità.
 
Se sui temi generali siamo preoccupati, lo siamo anche per le risposte che latitano su vertenze importanti e fondamentali per l’Irpinia e la Cgil dalla IIA alla FCA, sul corridoio 8, la TAC Napoli Bari e relativo lotto irpino con annessa stazione Hirpinia, sulle energie alternative ed eolico selvaggio, sul sistema idrico con annessa depurazione e distribuzione acqua potabile.
Anche se sul piano energetico e sistema idrico come su Irpinia ambiente gestione dei rifiuti, piano socio sanitario, trasporto pubblico locale, forestazione, dissesto idrogeologico, piano per il turismo, edilizia scolastica, infrastrutture viarie, area industriali ASI, ZES ed ALI, distretto della concia con SIR (bonifica), sono tutte materie concorrenti in testa alla Regione Campania, che oltre a collaborare per il treno storico e tratta Avellino rocchetta non è intervenuta decisa e risolutiva su tutti questi temi, riscontriamo ritardi e criticità preoccupanti.
Fatto salvo su Ex-Isochimica per la bonifica con i fondi destinati, abbiamo tali e tante situazioni appese che per brevità le ho enucleato per titoli.
In regione Campania non vorremmo si verificasse una sorta di leghismo aree costiere aree interne per via della demografica…
Eppure la provincia di Avellino grazie ad alcune filiere industriali come la concia, che pure ha tantissimi problemi industriali ed ambientali, aziende di componentistica gomma plastica con Sigit, Scame, al gruppo Adler o Pasell, la meccanica a tutto tondo dalla Ema alla FCA passando per la Denso, l’HTT, SirPress, cosi come per l’agro alimentare Zuegg e Ferrero ed il settore eno-gastronomico fatto di piccole e medie aziende di grande qualità, estremamente diffuso e capillare, ha la più alta propensione all’export con il 16,9% in rapporto alla percentuale tra esportazioni e valore aggiunto nelle province campane, così da essere la provincia con la più alta vocazione industriale regionale in termini %.
 
Quindi dovrebbe essergli rivolta una maggiore, o migliore attenzione, per consolidare e migliorare le performance di un settore fondamentale per l’occupazione e l’economia in generale, anche dalla regione Campania e non solo dal governo nazionale.
Eppure i ritardi e le difficoltà che si registrano nell’attività burocratiche presso la regione, così come per l’Asi, sia nell’avviare realmente le ZES e le ALI così come per la depurazione, o l’incapacità di gestire un software per paghe che non permette l’erogazione dei cedolini per i dipendenti florovivaisti, ci continuano a danneggiare.
Sulle Zone economiche speciali vogliamo essere chiari, vogliamo essere coinvolti, vogliamo capire che tipo di attività si insedieranno, che siano di incremento occupazionale e con clausole per assorbire lavoratori espulsi dal ciclo produttivo di altre aziende, NON come sta accadendo in SirPress o alla EMA o alla It Vetro ex Sigit, in cui seppur previsti negli accordi di programma o in lettere di intenti sindacali con curatele fallimentari non vengono rispettate le clausole di salvaguardia per l’assunzione di tutti gli ex lavoratori e si deve sviluppare un conflitto tra chi è entrato a lavorare prima e chi è rimasto escluso, su questo vogliamo un protocollo chiaro ed esaustivo con le istituzione e le parti datoriali in questo caso confindustria.
La regione ha inteso valorizzare le Agenzie per il lavoro, private, il Governo vuole puntare sui CPI ci auguriamo che velocemente ci si rivolga verso Anpal e CPI perché è l’unico modo per ridurre raggiri e clientele, seppur sempre possibili.
Fa specie che nel programma di individuazione sia delle ZES che delle aree di crisi complesse siano escluse le Aree industriali dell’Alta Irpinia.
Per queste aree industriali, insediate nel post sisma “80, se non si troverà velocemente un modo per far rifare investimenti per lotti vuoti e capannoni, probabilmente coinvolgendo la Regione, Asi e Mise sarà un cimitero industriale. Quindi ai politici di allora, con loro discendenti e ai nuovi politici, chiediamo di attivare un tavolo istituzionale di confronto multilivello atto ad affrontare e trovare soluzioni necessarie ed adeguate, per non creare veri e definitivi cimiteri di cemento in Irpinia, altrimenti sarebbe giusto per noi aprire una vertenza per la bonifica e ripristino ambientale di tutte le aree industriali non utilizzate!
Con tutte queste criticità, sofferenze e crisi sociali, umane, economiche ed industriali facciamo i conti, anche noi, con i nostri rappresentati e iscritti che hanno dimenticato cosa è successo, cosa è stato fatto lo dicevo in premessa, su tutto questo è calata l’austerità, il fiscal compact, che hanno inciso, ferito profondamente, le vite dei nostri iscritti, dei lavoratori e di tutti coloro che non siamo riusciti ad intercettare, perchè troppo spesso nei luoghi di lavoro i nostri delegati preferiscono difendere coloro che i diritti già li hanno, senza interrogarsi ed agire, contrattando per l’autodeterminazione dei precari, senza coscienza di classe si sarebbe detto un tempo, in questo caso senza rendersi conto di essere tutti lavoratori e pertanto devi lavorare per contrattare, restituendo, o facendo acquisire diritti nei luoghi di lavoro anche a chi non ce l’ha.
Anche per questo, in alcuni casi, siamo percepiti, come sindacato dei privilegiati, di apparato, ripiegato su noi stessi e sui nostri, per cui oggi, più di prima, l’obiettivo è gettare il cuore oltre ostacolo, guardare fuori , aprire le porte per portare nuove energie, rinnovamento per rapportarci anche ai nuovi saperi tecnologici, nuove e future competenze, la rivoluzione 4.0, a questo CAMBIAMENTO, a cui, probabilmente in tanti tra di noi, non ha strumenti comunicativi e formativi adeguati e su cui dovremo intervenire e contrattare nei territori e nei singoli luoghi di lavoro.
Per tutte queste ragioni, su che forma di rappresentanza e partecipazione alla vita sindacale, anche per chi è già parte integrante dell’organizzazione, quest’ultima non può, più, essere vissuta solo come un luogo di lavoro, emanazione di servizi, ma ogni categoria della Confederazione deve riprendere un discorso di politica-sindacale, far vivere il nostro Statuto, le nostre proposte, il nostro pensiero, le nostre idee riaffermando il valore del volontariato, meglio della militanza, cioè offrendo ognuno di
noi un pò del proprio tempo a servizio di una idea sociale, della Cgil e del sindacato dei lavoratori, precari e pensionati.
In sostanza rafforzare tutto quello che in questi anni abbiamo fatto benissimo, e in profonda contro tendenza della politica dei partiti leggeri, di meri cartelli elettorali o di disintermediazione sociale.
In questo modo si fa vivere la rappresentanza, le nuove forme di lavoro e l’allargamento degli spazi di democrazia.
Dobbiamo essere in tanti militanti per combattere le tante disuguaglianze.
Fronte del Diritto non del privilegio, da cui discendono, diritto al Lavoro, Diritti umani, diritti di genere, diritti delle donne nei luoghi di lavoro con parità di salario.
Europa dei diritti e della democrazia. L’Europa quale luogo e spazio di opportunità, ma non può più essere come il Golia contro Davide.
Il problema è la mancanza di lavoro, la mancanza di investimenti, il lavoro povero, mal pagato, grigio o in nero che determinano le emigrazioni, non l’immigrazione perché l’essere umano è di per se viandante perché è in perenne ricerca di libertà, di vita migliore. Eppure il “valore” che sembra prevalere, che è un DisValore è “prima gli Irpini” dopo il prima gli Italiani, e dagli addosso al negro, al diverso.
La società del consumo e dell’immagine ci porta ad avere una ritrosia preventiva e prevenuta contro il “diverso” per il colore della pelle, di religione, orientamento sessuale, di genere, sul modo di vestire o mangiare!
Tutto questo è una follia a cui come Cgil Irpina ci siamo opposti e continueremo ad opporci. Da quando, due anni fa sono stato eletto segretario, con la segreteria, abbiamo instaurato rapporti e collaborazioni con tante associazioni di volontariato, fatto azioni pratiche, come l’aver ospitato ed accudito, d’inverno, in Cgil dei senza fissa dimora sia italiani e stranieri. Con Apple Pie abbiamo dato luogo alla prima manifestazione LGBT fatta ad Avellino, con l’Anpi provinciale abbiamo ripreso la collaborazione e le iniziative del 25 Aprile oltre ad attività divulgative come la prossima prevista per il 27 Ottobre a Frigento con le scuole del comprensorio; siamo stati protagonisti per la costituzione ad Avellino di SOMA rete di mutualismo, contro le povertà educative, per informative a migranti e disagiati, sportello gender ed altro, collaborato con Don Tonino Bello, Comunità Accogliente, Dialoghi per il Futuro, Legambiente, WWF, Mo Basta, InLocomotivi, Rete AintiFascista, Enterprise, siamo attivi e collaboriamo cercando in maniera militante di dare risposte concrete alla gente, all’ambiente, ai precari, svolto iniziative culturali, rassegna cinematografica e di aiuto per le zone colpite dal sisma del centro Italia. Mentre il coordinamento donne ha fatto varie iniziative, in collaborazione con i centri anti violenza, indagini ed iniziative sulla 194/78 e sui Consultori, con lo Spi ed il Sunia stiamo con Soma creando sportelli di ascolto presso le nostre sedi in città.
Con i consorzi sociali o piani di zona stiamo partecipando all’attivazione dei piani ITIA per garantire attività, politiche attive, per l’erogazione dell’EX Rei….
Con la Confindustria e Cisl UIL abbiamo siglato dei protocolli importanti sullo sviluppo del territorio e contro le molestie nei luoghi di lavoro.
Con Cisl e UIL i rapporti sono di cordialità ma per varie situazioni, che si determinano in enti e aziende in cui tra categorie si sviluppano visioni e modi di fare diversi, si stenta a trovare una piattaforma unitaria confederale per aprire una vera ed intensa vertenza irpina la disponibilità c’è da parte della Cgil, non nascondendo le difficoltà e le differenze, ma se siamo veri e bravi dirigenti sindacali dobbiamo trovare il modo di collaborare seriamente e senza furbizie alle questioni che condividiamo altrimenti saremo esposti tutti. Peraltro la piattaforma unitaria delle confederazioni nazionale potrebbe essere un utile viatico. L’azione unitaria è un valore in se, ma se non si fanno sforzi da parte di ognuno diventa difficile ed anche il Primo Maggio a lioni sulla Sicurezza e il Lavoro scivola via …..
 
Per Ripartire, NEI PROSSIMI ANNI si deve continuare sulla strada intrapresa e ben tracciata sia dal doc congressuale Il Lavoro E’ prima firmataria Susanna Camusso, e poi a livello locale organizzando quanto deciso nell’assemblea generale del 2018, riattualizzando il tutto al 2019, ho cercato e abbiamo cercato di fare in questi due anni, insieme alla segreteria, ai segretari delle categorie (che ringrazio per il lavoro svolto e i risultati ottenuti). Abbiamo 21733. iscritti in calo rispetto nel 2015, ma la situazione del bilancio anche a fronte di un lavoro certosino di riduzione delle spese inutili, ma anche di scelte pesanti e dolorose politicamente, come la soppressione dell’area politica non elettiva, stiamo mettendo in sicurezza la struttura di Avellino, si deve continuare su questa strada necessariamente. Abbiamo avviato la sistemazione della sede per una migliore l’accoglienza, un progetto di risparmio energetico, potenziamento del sistema di comunicazione Smart che deve essere completato, avviato progetto per operatori polifunzionali, Dip. Idea diffusa 4.0 con Ing.Bembo e Filosofo Iannillo, riorganizzato l’amministrazione, l’UVL e la gestione con i legali che dopo una prima verifica dobbiamo ulteriormente riorganizzare, i dibattiti sia sul referendum costituzionale che per le politiche hanno restituito un quadro di autonomia.
Il tutto con supporto alle varie vertenze in atto. Ipercoop, fca, iia, aias, Novolegno, ACS…. presidi per i migranti, magliette rosse…macerata, riace, contro i voucher e Sciopero contro i voucher. Cgs depurazione, servizio idrico integrato, irpinia ambiente, questioni ambientali ed energetiche eolico selvaggio, Servizi Socio Sanitari e Piano Ospedaliero.
Per il futuro, continuare e rilanciare, partendo da quello che abbiamo fatto.
Ma iniziare come se fossimo al punto zero, piano di rilancio iscritti, nuove pratiche anche nella rappresentanza, nei luoghi di lavoro, campagne di sensibilizzazioni sul sindacato sulla contrattazione e organizzazione dei lavoratori. Formazione sistematica per i delegati ed Rsu, dirigenti e militanti sul sindacato, la contrattazione e le trasformazioni del lavoro. Dipartimenti collegati con il nazionale come luogo di studio, mappatura territorio irpino, città sulle povertà e tipologie contrattuali, l’idea è di coinvolgere in un progetto il prof. Bubbico dell’Unisa.
Aprire uno sportello che metta insieme le problematiche relative alle povertà e di supporto per tutti, potenziamento ed arricchimento di Sol unitamente all’UVL e al dipartimento delle politiche di genere.
Ripensare il sindacato e vuol dire ripensare noi stessi nel rapporto sistemico con e tra i lavoratori, per valorizzare la nostra rappresentanza e far uscire nuove forze ed energie.
I diritti si accompagnano sempre ai doveri, che sono anche di più, dobbiamo quindi agire eticamente a fare diversamente, a stare sempre in campo, in un sistemico Lavoro dal basso e lavoro dall’alto, ognuno deve fare il suo, per fare comunità.
La nostra Costituzione all’art.3 ha questa ambizione di costruzione, come processo democratico, progetto della società, tendente a rimuove gli ostacoli economici e sociali dei nostri cittadini. Per cui bisogna fare molta attenzione oggi con soggetti che puntano a massimizzare le paure, le criticità, quelli che io definisco gli imprenditori del rancore fanno tendenza e fortuna su questo e per questo come soggetto collettivo dobbiamo esser presenti in quanti più luoghi è possibile, attivamente.
Dobbiamo riscoprire il valore pedagogico del progetto egualitario, di una democrazia multistrato, con e per un progetto di società che vada al superamento delle iniquità e disuguaglianze, in una visione di Sviluppo Sostenibile.
Questo è quello che dobbiamo Il Lavoro È. Questo da fare! Care compagne e compagni, W la Cgil!"


Comunicato - Avellino - 21 OTTOBRE 2018 - Ore 21:36






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